Una lettera di Mattia Cusani, dall’archivio Jurefarm. Questa edizione redazionale conserva la voce e le richieste di un imprenditore calabrese all’avvio del progetto; non è una trascrizione integrale della lettera. I riferimenti al ruolo di studente e alla discussione parlamentare appartengono a quel periodo. La data di un eventuale deposito in Senato non è qui attestata da un atto parlamentare.
Questa edizione conserva il nucleo della lettera, con tagli a dati non documentati e affermazioni generali. Le richieste sulle infiorescenze restano proposte politiche storiche e non descrivono la disciplina vigente, modificata nel 2025.
“Dovete proteggerci dalle lobby e dalle speculazioni straniere”, la lettera aperta di Mattia Cusani
Di seguito, il testo in edizione redazionale:
Sono Mattia Cusani, un imprenditore calabrese che opera a San Giovanni in Fiore, in provincia di Cosenza, nel cuore dell’altopiano della Sila, e sono uno studente, laureando in Giurisprudenza presso l’Università di Bologna, socio dell’associazione Canapa Sativa Italia e attivista in diversi progetti di questo settore.
Sono qui perché faccio parte di un gruppo di giovani che, grazie alla L 242/2016, ha deciso di dedicarsi alla coltivazione dell’infiorescenza di Canapa, in un contesto con forti criticità ma con enormi potenzialità.
Insieme, abbiamo avviato coraggiosamente un’impresa nuova: JURE SRL, di cui sono anche amministratore.
Il nome della nostra azienda definisce la nostra identità: infatti JURE significa “fiore” nel dialetto locale, ma vuol dire anche “per la legalità”, dall’ablativo latino di “JUS”.
Con un “fiore” per la legalità, decidiamo di lanciare la sfida provando, non senza fatica, a costruirci un futuro lavorativo che possa consentirci di vivere in Calabria nel rispetto delle regole.
Lavoriamo nel territorio della Sila, dove il bosco e l’agricoltura sono parte della vita economica e del paesaggio. La nostra scelta è provare a costruire qui un’impresa e nuove possibilità di lavoro.
Sono stanco di vedere i nostri amici costretti ad abbandonare le proprie famiglie e le proprie terre – martoriate eppur tanto ricche di risorse disponibili – per emigrare, ancora una volta, all’estero – pur di trovare un qualsiasi lavoro e, con esso, la dignità di cittadini che loro spetta.
Il paradosso è che, nonostante i principi dell’economia circolare traggano spunto dal comportamento della natura, proprio nel settore primario rischiano di essere ignorati. Crediamo che ogni Regione abbia la responsabilità di favorire una trasformazione della filiera agroindustriale e nuove opportunità per i piccoli imprenditori.
In questa dinamica si inserisce il fiore: non è l’unico prodotto della canapa, ma nella nostra esperienza ha avuto un ruolo nell’avvio dell’impresa. Chiediamo che il confronto sulle regole tenga conto anche di chi ha investito lavoro e risorse nelle piccole aziende agricole.
Ricerca, selezione e possibilità di accesso al materiale di propagazione sono, per noi, questioni decisive per la competitività della filiera.
E così, l’Italia corre in bicicletta, mentre i Competitors stranieri corrono in Formula 1.
La dimensione delle aziende agricole calabresi e l’abbandono delle terre meritano attenzione. Se non si favorisce la sinergia delle forze in campo, il piccolo agricoltore rischia di soccombere nella competizione con aziende molto più grandi.
Vorremmo che le diverse filiere della canapa potessero svilupparsi insieme, dagli alimenti da seme alla fibra e agli altri impieghi disciplinati dalle rispettive norme. Per noi è una prospettiva di lavoro da costruire: richiede trasformazione, ricerca e acquirenti, oltre alla coltivazione.
Occorre una normativa solida che tuteli le piccole realtà imprenditoriali, dando nuova speranza alla nostra economia.
Dovete proteggerci dalle lobby perché:
Per credere in un futuro sostenibile è necessario non guardare soltanto ai profitti, ma anche a come le risorse e il lavoro restano nei territori. Chiediamo a chi decide di ascoltare gli esperti e le piccole realtà agricole.
Vogliamo che coltivare significhi prendersi cura delle piante e del terreno, conoscere le lavorazioni e valutare gli input utilizzati. La cura richiede tempo e competenze: deve poter trovare riconoscimento economico, senza trasformarsi in una promessa di redditività garantita. Qualità, impatto ambientale e risultati della singola coltivazione vanno dimostrati con pratiche e dati pertinenti.
Per questi motivi è importante lavorare insieme e tutelare la produzione e il commercio delle infiorescenze, trainanti di tutta la filiera.
Ai diversi problemi sono già state date diverse risposte, vorrei ribadire che
Per offrire garanzie sulla stabilità dei principi attivi é necessario impegnarsi ed adottare iniziative volte a consentire, semplificando i sistemi attuali e consentendo la libera ricerca, la registrazione e la commercializzazione di varietà a propagazione agamica.
Questo è un aspetto cruciale, da chiarire in quanto non solo permetterebbe di facilitare i lavori di controllo delle forze dell’ordine, ma aumenterebbe la competitività mondiale del prodotto made in Italy.
Come fare?
La proposta che sosteniamo è riconoscere e disciplinare la produzione floreale di varietà prive di efficacia drogante, con criteri verificabili e regole proporzionate. Chiediamo inoltre che le scelte fiscali tengano conto dei margini e della dimensione delle piccole imprese. È una richiesta politica: non la descrizione di un’attività già consentita in ogni forma.
Crediamo che questo settore possa offrire opportunità al territorio. Perché diventino lavoro duraturo servono sbocchi, competenze e regole sostenibili anche per le piccole imprese.
Chiediamo che ogni proposta fiscale valuti l’effetto concreto sui margini e sui costi di chi produce, senza considerare tutte le aziende come se avessero le stesse dimensioni.
Non si tratta di realtà speculative fatte di azioni, di bond e di spread.
Si tratta di persone che pagano le tasse scolastiche dei loro figli, spendono per il servizio sanitario, versano contributi per le pensioni dei nostri nonni, fanno la spesa nel loro paese, scegliendo prodotti locali.
Questa è l’economia di cui l’Italia ha bisogno.
Per concludere: vogliamo e chiediamo delle regole, anche severe, che tengano conto delle piccole aziende e impediscano che il potere economico di pochi diventi l’unica condizione per lavorare. Chiediamo spazio per imprese che possano decidere, trasformare e investire nel proprio territorio, anziché limitarsi a produrre per conto di altri.
È questa la crescita che vogliamo discutere con le istituzioni: un lavoro agricolo riconoscibile, possibilità concrete per chi avvia un’impresa e responsabilità verso il luogo in cui vive.
Dovete proteggerci dalle lobby e dalle speculazioni straniere